Nato nelle campagne di Canelli in una agiata famiglia, Piero Fogliati (1930 –2016) ha vissuto la sua vita prevalentemente a Torino. Da adolescente affronta le difficoltà del dopoguerra: a tredici anni, alla fine della Seconda guerra mondiale, la crisi economica familiare lo spinge a emigrare in Svizzera in cerca di lavoro. Il suo primo impiego è presso una ditta di altoparlanti e riparazioni elettriche, esperienza che alimenta la curiosità per la tecnologia. Nel 1947 rientra in Italia per il servizio militare a Siena e Firenze, dove trascorre il tempo libero nei musei. Autodidatta, inizia a dipingere paesaggi collinari e urbani, mettendo poi a fuoco la propria formazione spostandosi dalla pittura impressionista a quella informale, fino a raggiungere una figurazione concentrata su oggetti, segni e atmosfere dell’ambiente urbano-industriale.

Conclusa la leva, si trasferisce a Torino dove inizia a lavorare in una carrozzeria, imparando a modellare la lamiera e affinando al contempo manualità e precisione. In quegli anni va definendosi più chiaramente l’orientamento del suo percorso, e inizia a sperimentare la sostituzione dei pigmenti con i mezzi tecnologici, impiegando competenze meccaniche per trasformare fenomeni fisici in materia artistica. Per garantirsi autonomia e continuità di ricerca organizza la sua vita attorno a uno studio-officina, un laboratorio piccolo ma ben equipaggiato con torni e frese che diviene  il centro della sua pratica: «Qui, per necessità, ho appreso a essere ordinato e preciso».

La svolta definitiva avviene a Torino in un giorno di pioggia: camminando senza ombrello, immagina gocce colorate capaci di trasfigurare il grigio urbano. «La cosa in causa era la città grigia e ne immaginavo una estetizzata, fantastica, resa diversa attraverso delle trasformazioni, non banali come le comodità». Da questa intuizione nasce, nei primi anni Sessanta, la Città Fantastica, un progetto organico di interventi urbani in cui il rumore della città, la luce del sole, il vento e l’acqua si trasformano in esperienze estetiche e sensoriali. La visione si articola in una rete di “edicole”, delle stazioni immersive disseminate nel tessuto cittadino: l’Auditorium a rumore, capace di trasformare il caos acustico in esperienza musicale; il Tempio della Luce, in cui la luce è trattata come materia plastica; luoghi in cui Anemofoni e Fleximofoni catturano e sonorizzano il vento trasformandolo in melodie. In parallelo prende forma anche un insieme di “strumenti/macchina” che generano i fenomeni stessi: il Liquimofono, il Prisma meccanico e una lunga serie di proiettori, schermi mobili e sonorizzatori, coniugano la fiducia di Fogliati nell’immaginazione, la sua attenzione alla percezione, e un dichiarato affetto per chi vive la città.

Elemento strutturale del suo metodo è il disegno: le sue “fissazioni”, ben lungi dall’essere meri strumenti tecnici, sono tavole in cui condensa soluzioni tecniche, visioni spaziali e motivazioni emotive, filosofiche e poetiche. «Il mio lavoro nasce dall’esplorazione dei fenomeni scientifici per la realizzazione di risultati estetici e utilizzo la tecnologia con questo unico fine»: fatte queste affermazioni, è evidente che l’artista non può riconoscere il proprio operato all’interno delle correnti dell’arte cinetico-programmata e in quelle dell’arte tecnologica legata agli sviluppi digitali.

Quanto alle influenze, oltre a Hieronymus Bosch, Fogliati indica come maestri primari i fenomeni naturali: «la Luce, il Suono, i fenomeni della riflessione e il colore».

A partire dagli anni Sessanta avvia l’attività espositiva, con le prime personali tra Firenze, Roma e Torino. Negli anni seguenti prende parte a rassegne nazionali e internazionali: due edizioni della Biennale di Venezia (1978 e 1986), la Biennale giapponese ARTEC di Nagoya (1997), la collettiva “FASTER! BIGGER! BETTER! Signet works of the collections” allo ZKM di Karlsruhe (2006). Nel 1992 la Cité des Sciences et de l’Industrie di Parigi gli dedica la personale “Sculpter l’invisible”, mentre nel 2003 arriva a Torino la grande antologica “Piero Fogliati. Il poeta della luce”.

Le sue opere sono oggi presenti in collezioni pubbliche e private, tra cui la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Museion di Bolzano, la Galleria Comunale di Cagliari, il MACRO di Roma, il Technorama der Schweiz di Winterthur, il Musée de l’énergie électrique di Mulhouse, l’AT&T Foundation, la Cité des Sciences et de l’Industrie di Parigi, il Ma*Ga di Gallarate, la Fondazione Giuliano Gori a Santomato, la Collezione Panza di Biumo di Lugano e la Collezione FAI di Villa Panza.

Fogliati si è spento a Torino il 25 marzo 2016, all’età di ottantasei anni.